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Giordania: gli ipogei di una storia millenaria

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Uno speleologo goriziano, Marco Meneghini, socio del Centro Ricerche Carsiche "C. Seppenhofer" di Gorizia, ha partecipato, alla fine del 2009, ad una missione speleologica italiana in Giordania finalizzata allo studio delle cavità artificiali, nella zona del castello di Shawbak, non lontano dal celebre sito archeologico di Petra. La Giordania, al-Hashimiyah, ha la fortuna di possedere, sul suo piccolo territorio, tesori archeologici che danno la possibilità a studiosi di tutto il mondo, grazie all'appoggio del Governo, di svolgere affascinanti ricerche in un luogo dove le più svariate culture si sono intrecciate per millenni. Interessante anche il lato sotterraneo del Paese, con numerose cavità di origine artificiale, scavate a partire dalla civiltà nabatea, più di duemila anni fa: le tombe della città di Petra, caratterizzate da imponenti facciate scolpite nelle pareti rocciose di colore rosa cangiante, ne costituiscono l'esempio più spettacolare, ma non l'unico caso.Questi svariati ipogei, scavati dall'uomo con diverse funzioni, costituiscono un oggetto di studio per gli speleologi che, per la loro specifica preparazione nell'esplorare il sottosuolo, possono dare un importante contributo alle missioni archeologiche che lavorano nei numerosi siti giordani.E' il caso della spedizione congiunta fra l'Università de L'Aquila (coordinatore lo speleologo e docente prof. Ezio Burri), il Centro Nazionale Ricerche, con la collaborazione della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana, della quale fa parte anche Marco Meneghini, con l'incarico di curatore del Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali della S.S.I.Il castello di Shawbak, affascinante maniero in rovina, noto come fortezza crociata, poi passata di mano agli arabi del Saladino, è oggetto da vari anni di una campagna di scavo dell'Università di Firenze, promotrice delle ricerche, che si è avvalsa della collaborazione della squadra di ricercatori, comprendente alcuni speleologi, per completare le conoscenze del sito dal punto di vista sotterraneo.L'ipogeo principale dell'area, è una galleria lunga 180 metri, che parte dall'interno delle mura del castello fino ad una sorgente sotterranea, per l'attingimento dell'acqua in caso di assedio: un'opera databile al 1100 – 1200, che lascia esterrefatti per l'imponenza e la precisione con cui è stata realizzata. La galleria è stata topografata nella precedente spedizione del 2008 ed il rilievo è stato esposto nella mostra allestita a Firenze lo scorso anno ed inaugurata alla presenza della Regina Ranja di Giordania.Varie cantine, cisterne, gallerie di transito si sviluppano sotto il castello, ancora da esplorare in maniera completa: alcuni imbocchi ai piedi della collina lasciano aperta l'affascinante ipotesi di vie di uscita per sfuggire dagli assedianti o per prendere di sorpresa gli assalitori.Anche la zona circostante il castello pullula di numerosi ipogei, principalmente di tipo insediativo (abitazioni) ma pure utilizzati come luoghi di culto. Sono state completate le ricerche già avviate su caverne sepolcrali ed una chiesa isolata, mentre, spostandosi lungo una tipica valle secca (wadi), ci si è imbattuti in insediamento rupestre strettamente correlato alla fortezza, costituito da grotte - abitazioni e comprendente una cappella sotterranea, di probabile origine bizantina, con resti di affreschi, fra cui una croce, e sepolture ancora in sito. Interessanti le opere realizzate per la raccolta e la conservazione dell'acqua, con canalizzazioni lungo le pareti che portano a cisterne sotterranee, poste in corrispondenza di ogni nucleo abitativo.Un altro villaggio sotterraneo di difficile datazione, dai locali chiamato Habis, è stato individuato ed esplorato ad alcuni chilometri di distanza, presso il paese di Al Muqqariya. Questi insediamenti, che in alcuni rari casi sono ancora abitati, hanno caratteristiche analoghe tra loro, presentando una serie di caverne dagli ampi ingressi, regolarmente allineate e poste su più livelli comunicanti. La roccia arenaria permette un'agevole opera di scavo. Le grotte, venivano poi chiuse da muri in pietra con coperture di rami, strutture che spesso sono ormai crollate: tutti ipogei che presentano una tipologia ricorrente, che si può trovare nel sud dell'Italia come in Cappadocia (Turchia), ed in aree molto remote, come testimoniano recenti scoperte di studiosi statunitensi in Nepal.

Di tutte le cavità artificiali è stato eseguito un rilievo topografico e fotografico, segnalandone la presenza agli archeologi dell'Ateneo fiorentino che, basati nella cittadina di Wadi Musa (la "Petra" moderna), trascorrono in Giordania periodi di lavoro lunghi alcuni mesi. A completamento del quadro delle ricerche, sono state svolte indagini idrogeologiche e sulla presenza del gas radon in cavità e nelle acque di sorgente, condotte da specialisti del C.N.R.
Altro obiettivo del viaggio, la ricognizione su antiche opere di trasporto dell'acqua, presenti nella zona ad est di Petra, fra gli abitati di Udruh (città - fortezza romana posta sul confine orientale dell'impero) e Ma'an: un'area desertica, fuori dai flussi turistici e caratterizzata da uno stile di vita più tradizionale, che comunque non toglie agli abitanti un atteggiamento piacevolmente accogliente. I nostri tempi di marcia, come sempre troppo tirati, a malincuore ci hanno spesso fatto rinunciare a numerosi inviti a pranzo in casa dei nostri ospiti o semplicemente per un tè preparato "sul campo".Qui i resti di canalizzazioni superficiali di acquedotti di epoca nabatea e romana sono ben evidenti, così come due grandi vasche rettangolari di raccolta dell'acqua, una in particolare, vicino alla città di Ma'an (oggi importante centro di 35.000 abitanti), molto ben conservata e capace di circa quindicimila metri cubi. Sempre vicino ad Udruh, invece, vi è un interessante esempio di qanat: un cunicolo sotterraneo di captazione della falda acquifera e di trasporto dell'acqua, caratterizzato da una serie di pozzi di ispezione posti a distanza regolare con uno sbocco in superficie ma che oggi, a causa dell'assenza di manutenzione, sono ostruiti.

Una visita nel deserto del Wadi Rum, nel sud est del paese, ha infine permesso di ammirare, fra le maestose bellezze naturali, delle forme erosione eolica superficiale e profonda, con la formazione di alcune grotte di limitato sviluppo. Sono il risultato di una violenta azione del vento abbinata alla sottilissima sabbia rossa, che caratterizza il paesaggio e che dona alla Giordania un altro luogo spettacolare da mostrare come un tesoro ai viaggiatori che la desiderano scoprire.                           
 09.01.2010Marco Meneghini

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